La lezione di Pasolini per una rivoluzione conservatrice

Nonostante alcuni pregevoli tentativi da parte di qualche intellettuale di accreditare “l’ideologia italiana” in un percorso che avrebbe potuto portare alla rivoluzione conservatrice, possiamo affermare con una certa sicurezza che in Italia quella rivoluzione non c’è mai stata.

La rivoluzione conservatrice non ha a che vedere con l’esistenza o meno di un partito, essa è vocazione culturale prima di essere dottrina politica, infatti, coloro che non pensano che la finalità dell’esistenza si realizzi nel tempo dell’esistenza stessa sono dei conservatori.

La rivoluzione conservatrice è un fenomeno culturale e prepolitico, ciò che afferma Martin Heidegger in Essere e tempo, a proposito del primato ontologico del problema dell’essere, ed ha come conseguenza l’inevitabile considerazione del valore di ciò che siamo stati: “l’impulso a cogliere attraverso la tradizione, la sua esposizione e la sua trasmissione, la realtà storica stessa” (M. Heidegger, Essere e tempo, Longanesi 2011).

Se dunque il conservatorismo per Heidegger fonda la sua essenza sul comando, il popolo, l’eredità/tradizione, la comunità, il radicamento alla propria terra, lo sviluppo culturale di una comunità si basa sull’accumulazione della tradizione, ovverosia sulla capacità attraverso il pensiero astratto ed il linguaggio di creare i simboli necessari a tramandare le conoscenze acquisite, trasformandole in qualità. La tecno-scienza, così come la tecno-finanza, non possono creare dal nulla, per via razionale, un’intera cultura. Solo la tradizione con il suo lungo percorso sapienziale può far nascere e crescere una cultura. Pensare di poter fare a meno della tradizione vuol dire mettere a rischio la civiltà umana. Le tradizioni sono costituite da riti e norme di comportamento sociale, consolidatesi nel corso della storia, che hanno la funzione di mantenere una forte unità culturale attraverso l’identità; il pluralismo di tradizioni garantisce la pluralità delle identità come elemento essenziale per la vita dei popoli.

Sia ne “Il nichilismo europeo” che in “Oltre la linea” Heidegger e Junger delineano il contro-movimento che si oppone alla filosofia di Nietzsche cioè: “alla distruzione di valori finora validi” alla “mancanza di prospettive della storia umana” (M. Heidegger, Il nichilismo europeo, Adelphi 2010 - E. Junger / M. Heidegger, Oltre la linea, Adelphi 2010). Pertanto, se la trasvalutazione dei valori di Nietzsche è stata il presupposto per la realizzazione del nichilismo, della morte di Dio, della morte della filosofia, della tradizione, della famiglia e della comunità, il ’68 con la sua onda libertaria ha provocato la degenerazione dei gusti e dei linguaggi, suggellando il passaggio da una società pudica ad una società esibizionista.

La malattia nichilista deve provocare necessariamente l’insorgere di una resistenza, di una rivoluzione conservatrice in opposizione alla pericolosa diffusione della “svalutazione dei valori”. Pertanto l’individuo è chiamato ad opporsi allo “sfaldarsi degli antichi ordinamenti” e alla “consunzione di ogni risorsa tradizionale” (E. Junger / M. Heidegger , Oltre la linea, Adelphi 2010).

Anche Carl Schmitt pone l’evidenza sui limiti di una cultura solo formale, che vuole essere solo mera rappresentazione prescindendo dal valore, mentre l’assunzione di un valore attribuisce all’intera cultura di un popolo un contenuto sostanziale e comunitario. Carl Schmitt definisce la terra quale elemento fondamentale del legame al luogo delle proprie origini, essa è la “madre del diritto”, il nòmos della terra, la forma nella quale si realizza nello spazio visibile l’ordinamento politico di un popolo. L’occupazione della terra, ovvero la misurazione e la divisione del pascolo, sono il luogo concreto ove è collocato il “conservatore”,  parola derivante dalla radice indoeuropea swerwer, ossia colui che serve, colui che osserva, “il guardiano” che assume su di sé la funzione simbolica e concreta di proteggere i beni arcaici della comunità, la cui perdita senza adeguata difesa avrebbe messo in pericolo la sopravvivenza della stessa comunità.

Se la vita dell’umanità è fondamentalmente storia e le credenze sono l’edificio dell’essere, il significato della parola “conservatore” presuppone un contenuto, cioè che un popolo sia in possesso di qualcosa che non siano solo beni materiali, ma usi, costumi, credenze, tradizioni e consuetudini, e con essi i relativi simboli quali chiese, monumenti, leggi.

Saluto e augurio è una particolarissima poesia di Pasolini, un testamento (forse un testamento politico), sicuramente l’ultimo componimento del Corsaro, scritto in friulano, come a sottolineare la territorialità, le radici, l’identità avita; indubbiamente un definitivo messaggio di congedo, un congedo rivolto ad un giovane di destra, a colui che non lo ama. Il giovane a cui si rivolge Pasolini ama la cultura classica, che i giovani di sinistra hanno rifiutato in nome di un nuovo conformismo, ed è per questo che viene scelto dal poeta come interlocutore: Pasolini gli chiede di rimanere nella dimensione del sogno, di non svegliarsi alla modernità; la difesa dei valori della tradizione sono qui evidenti con richiami ai Cantos di Ezra Pound.

Pasolini incalza il giovane consigliandogli di difendere il passato: i paletti che vengono utilizzati per delimitare i terreni, i casali di campagna, gli Dèi dei campi, ovvero tutto l’universo dei valori della cultura contadina che ormai non esiste più, valori che sono il simbolo di quei beni arcaici della comunità e che il conservatore deve difendere per la sopravvivenza della comunità stessa.

Dunque il giovane interlocutore di Pasolini deve difendere quei valori in una dimensione che ne preservi la memoria, con la volontà di non abbandonarli, affinché ciò diventi l’origine di una vera rivoluzione, e la nuova Repubblica che nascerà dovrà starne “dentro, nel corpo della madre”, permettendo così il sorgere di una nuova idea di comunità, una comunità che non sia più “borghese”, cioè  dominata dall’unico ideale del progresso e del consumo, ma comprensiva di tutto quello che la logica dello scarto tende ad escludere: “Tu difendi, conserva, prega: ma ama i poveri: ama la loro diversità”, il corpo della madre è la tradizione e dentro la tradizione si collocano gli esclusi. Difendi, conserva ma prega anche. Questa l’esortazione di un ateo al suo ultimo discepolo, l’esortazione di un uomo che ha combattuto contro la dissacrazione del mondo: “Dentro il nostro mondo, dì di non essere borghese, ma un santo o un soldato: un santo senza ignoranza, o un soldato senza violenza”.

In Saluto e augurio Pasolini ha impartito la sua lezione per una vera rivoluzione conservatrice, indicando la via maestra per sopravvivere alla modernità, in difesa della dignità dell’uomo, per la conservazione della tradizione, pregando rivolto a quella dimensione del sacro inscritta nel cuore degli uomini: “Hic desinit cantus. Prenditi tu, sulle spalle, questo fardello. Io non posso: nessuno ne capirebbe lo scandalo.”

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Gianfrancesco Caputo

Nato a Brindisi nel 1966, funzionario statale. Ha ricoperto incarichi direttivi e cariche sindacali. È autore, si interessa a problemi del lavoro e politici (sia in chiave sociologica che filosofica).
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