Il vissuto tra le parole e il jazz

“…Sanguina l’amore

mentre le note inventano un viaggio

per tutte le anime vagabonde che si perdono

nelle difficoltà infinite di centrare il cuore.”

Nicola Vacca

Questo libro di poesie (Arrivano parole dal jazz) di Nicola Vacca, sancisce definitivamente la sua doppia, molteplice, eteronima e creativa personalità di Critico letterario e poeta, non affatto scontata nelle patrie lettere, viziate dal vizio dell’Aureola e dal vizio dell’iper specializzazione. A partire da “Mattanza dell’incanto”, per passare attraverso “Luce Nera” , Commedia Ubriaca” e “Tutti i nomi di un Padre”, Vacca mette in scena lo squartamento della scrittura, attraverso l’interrogazione del linguaggio e un corpo a corpo con le parole, con coraggio, umiltà e onestà intellettuale.

Nella Prefazione  Vittorino Curci scrive:

“…Una chiave di lettura di questa raccolta di Nicola Vacca credo si trovi nella poesia “Il jazz mentre fuori piove” significativamente intitolata Perché amo il jazz): “Il jazz nei giorni di pioggia / lo sento addosso / e mi scava dentro come l’amarezza / di un pensiero che vuole la sua ansia. / Le gocce battono sui vetri / guardo fuori mentre dentro / insiste come un’ossessione / il ritmo di quella musica / che attraverso le improvvisazioni / non smette di battere il tempo: / tutto scorre e niente si afferra”. Per Nicola il jazz è essenzialmente malinconia, un sentimento ineffabile, una epochè dell’anima davanti all’incommensurabile mistero del nostro essere …”.

Non ci vuole molto ad intendere che quelle gocce che battono sui vetri altro non sono che i versi(una splendida ossessione), che battono il tempo della solitudine e dell’attesa, della rivelazione e della rivalsa, dove tutto scorre e niente si afferra.

La chiusa finale della poesia, (vera cifra stilistica dell’ultimo Vacca in poesia), “tutto scorre e niente si afferra”, è veramente un ossimoro significante, filosofico e aperto, alla faccia dell’apparenza, infatti, basta ribaltarlo e leggerlo nel suo secondo significato altro(altro dire), “niente si afferra e tutto scorre” che la sua valenza molteplice si afferra in pieno e apre nuove rivelazioni dell’essere e della realtà.

C’è un momento nella storia creativa di un poeta, in cui cessa la consapevolezza critica e la fede inconscia della disfatta e del fallimento esistenziale. In quel preciso momento inizia a vivere la propria danza creativa, inizia a cogliere tutte le contraddizioni e i bagliori della bellezza e la musica della vita. Quel momento credo nel caso di Nicola coincide con la scoperta che non poteva fare a meno della poesia, nonostante si stesse affermando come uno dei più autorevoli critici letterari.

La tentazione di scrivere” era più forte, nonostante il percorso si faceva sempre più nero, e i vortici di dolore attaccavano da tutte le parti. Nonostante tutto, la battaglia tra noncuranza, negligenza, rinuncia e il Daimon dell’opera, l’ossessione della scrittura e della poesia vedeva trionfare quest’ultima, spesso proprio nella necessità di negare la scrittura, l’opera e la vita stessa.

L’impossibilità di scrivere che è la scrittura trova tra le interrogazioni e lapidarie certezze di Nicola il suo compimento. La scrittura come perdita di centralità, diventa in questo libro, il fulcro e nucleo energizzante e identificativo nel Jazz visto non solo come elemento storico nei vari protagonisti e personaggi evocati dal poeta, ma come elemento non solo simbolico di improvvisazione e di libertà espressiva.

Ci sono poeti che osano scrivere del vissuto senza aver mai vissuto, altri che scrivono della musica solo dopo aver sputato silenzi e inghiottito il rumore sordo della vita. Il Jazz dunque porta nella scrittura del poeta un dire nuovo, un dire altro e con rinnovata intensità, libertà e molteplicità.

“Sanguino d’amore

mentre ascolto Chet Baker

le cose sono finite

in un libro del desiderio

dove un domani si potrà leggere

di tutte le passioni che ho vissuto.” (pag. 17)

Scrive il poeta, finalmente libero di riverberare le sue emozioni, di lasciarle cadere come pioggia sulle note di un Sax o il grido di una tromba.

“Ogni volta che un tuo assolo

spacca il cielo sotto cui viviamo

la luna e le stelle si incontrano nel sole

e noi ci sentiamo possibilità infinite. (pag. 25)

Il poeta sa ascoltare e riconoscere nell’assolo del musicista, il suo Ungarettiano grido unanimedi possibilità infinite, in un mondo che spesso toglie non solo speranze e possibilità, ma persino il sogno ad occhi aperti e una possibilità di futuro.

La lettura di questo libro suggerisce almeno altre 4 chiavi di lettura di Nicola Vacca:
1) Cantore della libertà espressiva sino ad infrangere le rive della spietatezza del dolore esistenziale, mai enfatico, decorativo o banale.

2) Custode dell’empatia disperata degli invisibili e degli ultimi.

3) Tessitore impavido di versi apocalittici e disintegrati sull’ignoranza e le colpe di troppi difensori civici dell’inciviltà.

4) Cercatore d’umanità nelle piaga più nascoste della vita e nei gironi infernali della solitudine quotidiana.

Conclusioni:

Dalla vena d’oro del Neo Rinascimento Salentino( Bene, Dodaro, Verri, Toma, Vetrugno, Vacca), le scaglie letterarie di Vacca,  brillano di autorevole luce propria e di uno spessore filosofico Ciorianiano(di cui è uno studioso), di grande interesse e attualità.

A questo punto è evidentemente svelata l’altra chiave di lettura del libro, cioè l’identificazione della musica con la poesia e viceversa, in una danza delle arti, ben evidenziata anche dalla scelta delle illustrazioni del libro di Alfonso Avagliano, che suggeriscono una freschezza emozionale e un’aderenza anche gestuale ai ritmi sincopati, ai gesti eleganti , fragili e  misteriosi del Jazz.

Non a caso l’ultima poesia del libro ci ricorda che:

“…Abbiamo bisogno di bellezza

e di nuove orecchie che sappiano ascoltarla.

Il silenzio del jazz

è una delle poche occasioni che abbiamo

per salvarci in questo mondo

che ci uccide con il frastuono. (pag. 84).

La scrittura poetica di Vacca è una scrittura di rottura, di disillusione, una scrittura direi del post-pianto. Una scrittura di combustioni esistenziali e di bestemmie che cerca la musica della vita, che s’insinua tra il silenzio e l’urlo atomico del dolore, diventando una tracimazione etica ed estetica.

Nei suoi testi la coscienza sociale ed estetica si fondono in coauguli di bellezza incompiuta e spezzata, l’incanto perduto diventa una bicromia estetico-musicale, un canto di liberazione totale, da compiersi attraverso la parola e lo svelamento di vite invisibili.

La lontananza, le sottrazioni, e le cesure incombono sulla realtà e gli orizzonti futuri dell’essere e della parola, e la sua poesia del lutto dell’altro e della socialità, cerca e trova nel Jazz, l’accoglimento sincopato e libero, in un paesaggio di Delvaux, un poeta suona con il Sax, nel bosco della solitudine il suo canto d’amore e gli alberi diventa donne e la musica un respiro duale, come risarcimento agli anni di piombo agli scenari di guerra e di pandemie etiche e culturali, dove la vittima è sempre l’Uomo, troppo spesso vittima e carnefice di se stesso.

L’ultima sorpresa e regalo del libro è la Playlist a cura di Tommaso Tucci con i titoli degli LP degli autori più importanti del Jazz.

Author image

Donato Di Poce

È scrittore, poeta, critico d’arte e aforista. Numerose le sue pubblicazioni in versi. La sua poesia è stata apprezzata da Roberto Roversi.
Iscrizione effettuata Eretici
Ottimo! Ora completa la procedura Eretici
Bentornato! Hai effettuato il login con successo.
Successo! Il tuo account è ora attivo. Controlla la tua email se non hai ancora effettuato l'accesso.