Dante Alighieri e la Santa Povertà di Francesco

Dante nel Paradiso (Canto XI) ricostruisce la vicenda biografica di Francesco – che nel Testamento afferma di essere “semplice e illetterato” –, affidandola alla “infiammata cortesia / di fra Tommaso” d’Aquino (vv. 143-144), uno tra i più eletti spiriti sapienti del cielo del Sole.

La predilezione di Dante per la povertà, scelta fra le tante virtù di San Francesco, non può essere esclusivamente di ordine storico (lotta fra Spirituali e Conventuali, opposizione tra coloro che sceglievano la povertà e la Chiesa che invece pensava ad arricchirsi all’interno del Vaticano, ecc.), ma di significazioni profonde e collegata ad un disegno del poeta per ristabilire la pace nell’umanità attraverso la distruzione dell’avidità rappresentata dalla lupa.

Dice Gesù: “Le volpi hanno le loro tane e gli uccelli del cielo i loro nidi, ma il Figlio dell’uomo non ha dove posare il capo” (Mt 8, 20). La povertà sposata da Cristo “salì sulla croce” mentre Maria “rimase giuso” e da allora era rimasta vedova per più di millecentoanni. “Dispetta e scura”, disprezzata e ignorata, andò a nozze con Francesco, esempio mirabile di povertà intesa come piena liberazione dello spirito nonostante il divieto del padre Pietro Bernardone, ricco mercante.

La povertà è “ignota ricchezza, ben ferace”, gioia di vivere: dietro ai coniugi in festa si scalzano Egidio, Silvestro, dopo l’atto di umile serenità del venerabile Bernardo. La gente “poverella crebbe / dietro a costui, la cui mirabil vita / meglio in gloria del ciel si canterebbe”. Il riscatto degli ultimi attraverso la povertà stessa, rinnova un solco vivace del Vangelo, tanto che Onorio III coronò ufficialmente il sogno di questo archimandrita (Aldo Onorati).

Per Dante la ricostruzione del mondo nella giustizia e nella pace trova il suo fondamento nell’antica, irrinunciabile beatitudine evangelica: “Beati i poveri in spirito, perché di essi è il Regno dei cieli” (Mt 5,3).

Intorno alle nozze con “madonna Povertà” gravitano:

1) la “spogliazione”, l’approvazione della Regola, la predicazione di Cristo alla “presenza del Soldan superba”, l’ultimo sigillo e la morte nuda avvenuta due anni dopo;

2) l’accostamento della povertà di Francesco con quella di Amiclate – il quale ospitò Cesare – trova la sua giustificazione nel riferimento all’Impero e alla Chiesa che hanno entrambi bisogno di conoscerla e di praticarla. Come Cesare la trovò nella casa di Amiclate, così Cristo l’ha trovata in Francesco, suo perfetto seguace.

Il cappuccino Raniero Cantalamessanella predica del 6 dicembre 2013 avvenuta nella cappella Redemptoris Mater del Palazzo apostolico, ha voluto correggere una certa immagine di Francesco “resa popolare dalla letteratura posteriore e accolta da Dante nella Divina commedia”. San Francesco non sposò la povertà e neppure i poveri, ma l’amore per Cristo che va posto alla base dell’amore per i poveri. In tal modo si evita una loro strumentalizzazione contro la Chiesa o una ostentazione di maggiore perfezione rispetto ad altri, come era avvenuto anche tra alcuni dei seguaci del poverello. Le nozze di Francesco sono state, “come quelle di altri mistici, uno sposalizio con Cristo” (Cfr. L’Osservatore Romano, 7 dicembre 2013).

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Giuseppe Scarane

È filosofo, pedagogista e autore. Di recente ha pubblicato "Eterno, come l'amore", "Pier Paolo Pasolini: una frontiera di libertà" e "L'uomo dopo il postmoderno. Il cambiamento del reale".
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